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Luigi XIV perse tutti i denti a 40 anni: ciò che i chirurghi gli fecero fu atroce

Luigi XIV perse tutti i denti a 40 anni: ciò che i chirurghi gli fecero fu atroce

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C’era un odore negli appartamenti reali di Versailles che i cortigiani imparavano a non nominare, un odore che precedeva il re attraverso le gallerie dorate, che indugiava sui cuscini ricamati e nelle pieghe delle tende di seta. I profumieri di corte lavoravano instancabilmente, inondando le stanze con essenze di rosa e ambra, bruciando resine in incensieri d’argento, ma nulla serviva. L’odore tornava sempre; veniva dall’interno, veniva dalla bocca del Re Sole.

Luigi XIV, il monarca più potente d’Europa, l’architetto di Versailles, il maestro di 80.000 soldati, l’uomo davanti al quale le teste coronate di un intero continente si inchinavano, non aveva più un solo dente sano superati i quarant’anni. Ciò che gli restava nella mascella era, nel migliore dei casi, una rovina; nel peggiore, una fonte di supplizio quotidiano. E ciò che i chirurghi avevano fatto per tentare di salvarlo costituiva uno degli errori medici più atroci mai inflitti a un corpo reale.

Ecco ciò che la storia ufficiale ha cancellato, ciò che i ritratti a figura intera e le medaglie di trionfo non mostrano: un uomo che mangiava pappa, un uomo il cui medico personale annotava con la secchezza clinica tipica dell’epoca che sua maestà non poteva masticare alcun alimento solido da anni. Un uomo che, durante i banchetti pubblici dove l’intera corte lo osservava nutrirsi con una maestà calcolata, inghiottiva in realtà alimenti ridotti in purea da cuochi che avevano ricevuto istruzioni precise e segrete.

Il corpo del re è il suo trono più intimo, e quel trono stava crollando da decenni.

Torniamo indietro alle origini di questo disastro silenzioso. La medicina dentale del XVII secolo non era una medicina; era una guerra contro il dolore condotta con strumenti di tortura e teorie tanto pericolose quanto le malattie che pretendevano di curare. I chirurghi barbieri – poiché a loro spettava l’estrazione dei denti, non ai medici propriamente detti che consideravano questo compito troppo umile per le loro mani – operavano senza anestesia, senza sterilizzazione e spesso senza luce sufficiente.

Il loro strumento principale era il pellicano, uno strumento a forma di leva con gancio metallico progettato per afferrare il dente e farlo saltare fuori dall’alveolo con la forza bruta. La teoria era semplice, la pratica era un’altra faccenda.

Per Luigi XIV i problemi erano iniziati presto, molto presto. Gli archivi medici reali rivelano una progressione che non ha nulla di misterioso: un’igiene boccale basata su pratiche che peggioravano sistematicamente lo stato della bocca, un regime alimentare straordinariamente ricco di zuccheri – la corte di Francia era la più grande consumatrice di dolciumi d’Europa – e trattamenti che a ogni intervento lasciavano la situazione un po’ più catastrofica di prima.

A 30 anni Luigi aveva già perso diversi denti; a 40 la mascella superiore era in uno stato che i medici stessi descrivevano nei loro diari privati con una compostezza che non poteva mascherare l’orrore: carie profonde fino alla polpa, gengive in perenne infiammazione, dolore che irradiava verso i seni nasali e la tempia, crisi di febbre legate agli ascessi che si formavano e si svuotavano in un’alternanza di sollievo temporaneo e ricaduta inesorabile.

E durante tutto questo tempo, il Re Sole regna. Riceve gli ambasciatori, presiede il consiglio, firma i decreti che impegnano migliaia di vite. Cammina attraverso le gallerie di Versailles nei suoi tacchi rossi, sotto la sua parrucca massiccia, con quell’andatura che i contemporanei descrivono unanimemente come la più regale che abbiano mai visto. Nessun dolore, per quanto intenso, trapelava; era quella un’altra forma di potere assoluto: il controllo totale dell’apparenza nel momento stesso in cui il corpo tradiva dall’interno. Ma l’interno non mentiva.

L’estrazione che avrebbe cambiato tutto avvenne nel corso del 1685. Il chirurgo reale incaricato dell’operazione doveva rimuovere un dente dalla mascella superiore sinistra. Il dente era probabilmente già in gran parte distrutto e la gengiva circostante infetta. Ciò che accadde in seguito è documentato in diverse fonti indipendenti: il chirurgo applicò il suo pellicano, fece leva e strappò non solo il dente, ma una parte sostanziale dell’osso palatino, il palato osseo che separa la cavità boccale dalle fosse nasali.

Non era una complicazione rara per la chirurgia dentale dell’epoca, era anzi prevedibile quando l’osso sottostante era stato indebolito da mesi di infezione cronica. Ma in Luigi XIV la conseguenza assunse una dimensione che superava l’incidente chirurgico ordinario.

Si era creata una comunicazione tra la bocca e la cavità nasale, una fistola oro-nasale, un buco. Attraverso questo buco, i liquidi che Luigi beveva risalivano dal naso; il cibo passava nella cavità nasale creando focolai di infezione ripetuti, sinusiti purulente e secrezioni che costringevano il re a isolarsi per giorni. Da quel buco fuoriusciva il vero odore che i profumieri di Versailles non potevano coprire: un alito di decomposizione, di carne necrotizzata, di batteri che prosperavano nei recessi di un’anatomia che la chirurgia aveva reso non più funzionale, ma mostruosamente porosa.

I medici tentarono di richiudere questa apertura, ma fallirono diverse volte. Il protocollo impiegato era tanto barbaro quanto logico per l’epoca: cauterizzazione con ferro rovente. Bruciare i bordi della fistola per provocare una cicatrizzazione che chiudesse l’orifizio. Luigi XIV subì questa procedura non una, ma diverse volte. Le fonti mediche menzionano almeno nove sedute di cauterizzazione. Nove volte un ferro riscaldato al bianco fu applicato contro il palato del re; nove volte il dolore fu tale che i valletti presenti nella stanza adiacente dovevano sforzarsi di non reagire ai suoni che filtravano sotto le porte.

Nove volte, e la fistola rimase.

Nel frattempo, fuori da quegli appartamenti dove l’odore di carne bruciata si mescolava a quello di carne infetta, Versailles funzionava come una macchina all’apogeo della sua potenza. Gli eserciti francesi erano impegnati su diversi fronti e la revoca dell’Editto di Nantes nel 1685, uno degli atti politici più pesanti del regno, era appena stata firmata. Le decisioni che trasformavano l’Europa uscivano dalla stessa mente che, certi mattini, non poteva inghiottire altro che brodo di pollo senza smorfie. È qui che la meccanica del Re Sole rivela la sua natura più inquietante.

Luigi XIV aveva costruito la sua monarchia su un principio fondamentale: il corpo del re e il corpo dello Stato sono un’unica e medesima entità. Non era una metafora, era una dottrina politica. Il risveglio del re era un rituale di stato, il suo pasto uno spettacolo pubblico, la sua salute un affare nazionale e la sua malattia un’informazione di stato da censurare o trasformare in un racconto di coraggio regale.

Ciò che la corte osservava era un re che mangiava con una lentezza deliberata; ciò che i cuochi sapevano era che dovevano ridurre le carni in purea; ciò che i valletti sapevano era che dopo ogni pasto c’erano cure da prestare discretamente, panni da cambiare, risciacqui da effettuare. Gli ambasciatori stranieri non sapevano, o fingevano di non sapere, che l’uomo davanti al quale si inchinavano soffriva permanentemente di un dolore che in qualunque suddito ordinario avrebbe giustificato settimane a letto. Il corpo politico del re doveva essere invincibile, mentre il corpo biologico era una rovina.